Mauna – Il noce vecchio – cap 2.

 Il noce vecchio 2.

Oggi  camminavo lento su in collina e correvo con lo sguardo in quel mare di verde, guardavo l’erba e osservavo i cespugli, i rami ondeggiare nel vento. In quella tavolozza di colori ho riconosciuto la sagoma di un vecchio noce, alto e austero con la corona dei rami a gettare ombra su un timido prato. Quell’immagine mi ha fatto ricordare uno di quei racconti della mia infanzia riguardante un noce altrettanto grande. Noi bambini che ascoltavamo a bocca aperta quelle storie senza preoccuparci se fossero vere o inventate,  ne rimanevamo incantati come se per noi comunque fossero state davvero fiabe. A volte erano racconti fantastici o racconti cupi e misteriosi, a volte semplici modi o riflessioni a voce alta espresse anche per il solo piacere di raccontarle. Così si faceva la sera nelle stalle, quando quelle storie erano l’unica ricchezza ed i vecchi la custodivano gelosamente. Così uomini, contadini che di giorno stavano chini sulla terra, o falegnami che modellavano il legno, al calare della sera divenivano eroi agli occhi dei bambini; oppure semplici contastorie per chi aveva voglia di ascoltare. Erano di certo incredibili maestri nella loro arte fatta di una lunga esperienza ed in fondo di saggezza. Che belle storie ho sentito da bambino. Storie di animali, di montagne, di  boschi e di misteriosi eventi, di fantastiche stranezze e di cose leggere come le nuvole.

-  “Ognuno di noi dovrebbe aver un albero per amico. Ogni tanto andarlo a trovare e abbracciarlo per  sentirne l’energia scorrere…”

E così senza fretta ho riposato sulle colline in questa particolare stagione, qui ai piedi del vecchio noce solitario. Seduto nella sua ombra  ho socchiuso gli occhi  filtrando la luce del pomeriggio, ho respirato profondamente. Piccole sensazioni sono cresciute ad ogni respiro, odori lievi : leggeri aromi di terra di erba, di fiori e soprattutto il silenzio si è adagiato sul tappeto del prato. Osservavo quanto sia diventato  incredibilmente difficile stare in silenzio, di come non siamo più in grado di stare da soli e neppure più capaci di meravigliarci di quanto questo sia semplice ed evidente.

Adagio adagio mi sono lasciato andare in uno stato di percezione lieve e leggera, ho sentito una qualche impalpabile cosa che non riesco a definire ma che vagava nell’aria fine… era qualche cosa d’altro… ma capace di risvegliare immagini e paesaggi inconsci o, forse molto antichi, tanto da stupirmi in quella totale sospensione che sembrava protendersi oltre il momento, oltre l’istante. In quell’infinito attimo stavo cogliendo la magia del vuoto:

-   “ Morire è ritornare al silenzio” mi sono sorpreso a sussurrare

Non una nota negativa ne di dolore ha accompagnato le mie parole, ero sereno e calmo mentre mi appisolavo all’ombra del Noce Vecchio.

Ciò che voglio essere è già quello che sono. I dettagli  come le ultime pennellate su un quadro per rintuzzare un riflesso o una sfumatura non sono che accessori. Il mio midollo è gia stato programmato molto tempo fa, ben prima che io me ne rendessi conto. Ora sono quello che da tempo cercavo di essere. Un solitario che osserva il mondo dal suo rifugio:il mio deserto, la mia solitudine è fatta di serenità e lentezza, di forza e di tranquilla pacatezza. La mia ricerca di essenzialità sta disegnando uno stile di vita semplice, frugale ma nutriente.

“In questo mondo, fuori di questo mondo, veggente di ciò che è oltre la vista, egli va segretamente: è nascosto, pazzo della pazzia di coloro che sanno, libero con la libertà dello spirito, riempito di felicità essenziale. Stabilito nel mistero della non-dualità, libero da ogni senso di alterità, il suo cuore è pieno dell’esperienza unica del Se, pienamente e per sempre desto.”       Upanishad

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Mauna – Attraverso il Bosco Silente – cap 1.

 Attraverso il Bosco silente 1.

Niente è quello che sembra. La vita è colma di cose difficili da comprendere, di improbabili verità e di apparenti misteri che ci dovremmo spiegare. Siamo pieni di domande e sempre in cerca di risposte. Siamo costantemente circondati da pensieri, concetti e voci. Ognuno sceglie ciò che sente, ciò che nel frastuono della mente riesce ad identificare come una voce diversa, come un grido più forte, ciò che nel silenzio del cuore riesce ad udire come un richiamo profondo. A volte è doloroso, a volte è naturale e spontaneo come l’alternarsi del giorno e della notte. Le mie voci sono anche in contraddizione le une con le altre: la voce del cuore, della coscienza, quella dell’istinto. Questi richiami, come un eco nella mente, da anni sono stati la mia compagnia nei momenti di riflessione, quando un po’ logorato dalla vita pensavo a possibili cambiamenti.  Immagini, utopie, idealismi, voglia di sentirmi finalmente libero; questi erano gli elementi di un delirio silenzioso che dentro me cresceva  generando una tensione vibrante, un senso d’ansia e d’inquietudine, per il tempo ormai andato e per quello che purtroppo rimaneva senza possibilità di rifornimento. Perché da sempre il mio cuore è stato un pendolo tra il restare e l’andare via. Sapevo che avrei dovuto comprendere i miei limiti, dovevo essere capace di accettare le mie fragilità, o sarei stato perduto per sempre.

Settembre sta finendo, il cielo è  sereno l’ aria fredda, il vento di tramontana schiaffeggia il volto. Non è poi una sensazione così spiacevole. Sono altre le sensazioni spiacevoli. Certo leggendo le mie parole potrebbe sembrare che io sia fuggito dalle responsabilità, che sia fuggito da una delusione, da un fallimento; in parte è anche vero, ma non è di certo questo il motivo per cui ho scelto la via della solitudine dei boschi. Non sono giunto qui per far rivivere i ricordi, bensì per dimenticare, per conservare la mia lucida obiettività, per riscoprire la mia integrità.

“…c’è chi vive tra la gente e c’è chi sceglie di vivere tra la natura e il silenzio. ognuno ha bisogno di qualche cosa per ritrovarsi, per completare se stesso…”

Avevo in mente questi terreni che stanno oltre le colline, sulle prime montagne. Da tempo la memoria le richiamava alla mia mente, ma ho sempre avuto la codardia a far diventare reali i desideri. Ho continuato ad inventarmi scuse per non ascoltare il loro richiamo. Da sempre il fascino della natura selvatica  mi ha attratto, come queste terre; questo posto lontano da tutto e da tutti  dove tanto tempo fa bambino ho trascorso estati magiche. Alcuni mesi fa sono finalmente salito a  vedere il piccolo borgo, quasi annegato nei rovi e ricordi. Ho rivisto le case di pietra e legno  e soprattutto il bosco che è alle loro spalle: il  Bosco Rosso, dove dimorano i grandi alberi amici, arrivato qui è stato inevitabile fermarmi a contemplare i faggi secolari; ed è stato come un dialogo senza parole, la loro maestosità mi ha saziato, il respiro si è fatto calmo …sono entrato in uno stato di quiete  e nutrimento che pervadeva tutto: alberi brezza terra e poi il silenzio…. e  infine me ; finalmente in pace con me stesso.

Ed  è stato tutt’uno il riflettere e decidere cosa dover fare. In poco tempo ho chiuso con le faccende di città, ho chiuso con il passato ed i giorni successivi ho iniziato a proiettare la mia vita qui su queste terre. Qui ho compreso che in ogni uomo c’è un punto di non ritorno e quando un uomo si dissocia dalle abitudini dalle consuetudini, beh allora significa che anziché diventare un uomo qualsiasi, sceglie davvero di diventare se stesso. Ed ora voglio essere così come sono, un poco trasandato forse, o soltanto libero di essere quello che il mio cuore mi dice. Non è più necessario cercarmi nell’espressione esteriore, nell’abbigliamento, nelle cose che possiedo, in una vita alternativa; è sufficiente sentire intensamente la mia diversità che parla al mio profondo, ascoltarla ed essere incarnato, autentico. Ho scelto di non dover essere sempre perfetto, ho deciso di vivere con semplicità e dignità questa mia scelta, paradossalmente non è nemmeno necessario esserne fiero, basta esserne consapevole. Ora amo essere nel mondo senza essere del mondo, mi piace essere solitario, quanto, ogni tanto poter stare in buona compagnia. Perché il dover vedere solo la superficie delle cose mi ha impedito di cogliere la sacralità che la natura nasconde. Dietro l’apparenza delle cose, nell’oscurità  fertile ora colgo l’antica saggezza degli alberi che vivono nelle foreste da millenni.

 Sì, è andata  così, mi sono allontanato dalla civiltà per salire quassù al borgo, steso su queste terre alte, in questo posto arcano che è mio rifugio e tana. L’estate è trascorsa laboriosa, le settimane sono passate veloci e piacevoli seguendo i lavori alla casa e agli altri locali. La casa è grande abbastanza per un uomo solo. I pochi spazi sono ben distribuiti su due piani. Ho voluto apportare poche modifiche nel riattarla, alcune soltanto per renderla abitabile. Ho aggiunto quelle comodità necessarie per vivervi durante i mesi freddi: luce, acqua, riscaldamento. Poche cose ed oggetti anche per arredarla, qualche mobile antico, altri oggetti recuperati da robivecchi e da case dismesse e smantellate. Ho voluto fermamente  che il borgo non subisse troppi cambiamenti. Certo ho dovuto ripristinare la strada d’accesso, liberare i sentieri dai rovi. I lavori hanno interessato il terreno e le piante attorno alle tre costruzioni. Ho ridato sfogo alle fonti soffocate da terra foglie e detriti, poi con gioia l’acqua ha iniziato ad arrivare anche al vecchio pozzo. Volutamente ho mantenuto l’aspetto del borgo così come lo ricordavo nel suo tempo migliore: un  luogo semplice, non troppo ridente, ma accogliente ed essenziale, protetto naturalmente dai venti freddi da nord dal vasto Bosco Rosso. A pochi passi davanti alla casa, dopo un breve tratto in lastre di pietra arenaria, si allarga una radura erbosa ampia segnata appena da pochi steccati, sino al piccolo poggio dove lo sguardo spazia sul paesaggio delle praterie e piccoli boschi a sud; mentre verso ovest, sfiora monti e creste che scendono laggiù sino a lasciar intravedere il mare lontano. Tutt’attorno boschi di castagni e faggi si susseguono a foreste di querce e più in alto compaiono le conifere in un continuo che riempie lo sguardo: un paesaggio immutato da molti secoli come la presenza magica delle creature che abitano queste selve.

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Mauna – Attraverso il Bosco Silente – Prologo.

  Prologo – Il fuggitivo

Estate. C’è qualche cosa di strano nell’aria, nelle cose di qui. C’è qualche cosa di strano nel nostro animo, in noi che viviamo sul mare. Forse sarà per via del sale trasportato dal vento: attraversa la pelle, penetra la carne,  ci invade con il nostro respirare. Tutto si impregna di sale anche il sangue e così anche i nostri pensieri, alla lunga persino i  nostri sentimenti. Tutto è pervaso dal “marin”: gli abiti, i capelli, il modo di esprimersi, di parlare, di fare; come le nostre case ed  il nostro pane, hanno l’umore di salsedine.

Io appartengo alla tipologia degli uomini strani, complessi difficili e come tale ne faccio, a loro malgrado, parte. Non ancora per molto, presto mi libererò perché ne sono stanco e deluso. Sto sopravvivendo a me stesso, al mio tempo. Sono un animale solo e sto fuggendo. Perché ho dentro di me questa forma di inquietudine, quel dolore muto che non smette? Non smette nemmeno la notte. Mi nascondo perché mi vergogno. Mi vergogno di chi sono perché ho vergogna del mio passato. Fra pochi giorni finalmente me ne andrò da questo posto in riva al mare dove ho creduto per molto tempo di vivere, in cui ormai non mi ritrovo più.


“…abbagliato dal fumo dell’ illusorietà, con gli occhi pieni di lacrime, con la testa piena di foglie secche ascolto voci come voli di farfalle, bisbigliano frasi sommesse come fa il vento tra l’erba e le pietre: – tutti cercano la propria salvezza –

…sto fuggendo al di là del vento, con la faccia nascosta, con il cuore colmo di sassi…”

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Rudra

Presso la religione induista, Rudra (lett. “Urlatore”) è una delle deità pre-vediche più antiche. Compare per la prima volta nel Rig Veda, in cui viene descritto come il Deva della della caccia, della morte, della natura, del vento e della tempesta; viene normalmente raffigurato come una divinità feroce e distruttiva i cui terribili dardi causano morte e malattie agli uomini e alle bestie. Rudra è la forma primordiale di Śiva, l’aspetto divino preposto alla distruzione, ed è anche un nome di Śiva nello Śiva sahasranama (la ripetizione dei 1000 nomi di Śiva).; lo stesso accade per un altro epiteto, Kapardin (con la capigliatura intrecciata a spirale come quella di una conchiglia). Secondo i commentari al Vishnu Sahasranama di Adi Sankara, Rudra significa “Colui che al tempo della dissoluzione cosmica induce al pianto tutti gli esseri viventi”. Alternativamente, Rudra significherebbe “Colui che dà la parola”. Rudra significa anche “colui che allontana i dolori”.


I Bauls, i folli di Dio

“I Bauls, i folli di Dio: l’incontro con il divino”

  “Ecco perchè, fratello sono diventato un Baul testa matta. Non obbedisco a nessun maestro, a nessuna ingiunzione, canone o abitudine. Nessuna distinzione fatta dall’uomo ha presa su di me, mi diverto solo nella gioia dell’amore che sgorga da me. Nell’amore non c’è separazione, ma sempre unione. Quindi, gioisco nelle canzoni e nella danza con tutti e ciascuno”.

Canti Bauls - Rabindranath Tagore – Raccolta di canzoni Baul del Bengala, India 

La parola “Baul” deriva dal sanscrito, significa vento e sta a sottolineare l’autonomia, il movimento.
Ogni anno a Kenduli, al nord di Calcutta, 300.000 Bauls si riuniscono per un festival di musica vecchio di 600 anni. I brevi filmati che oggi vedrete rappresentano un esempio ed al tempo stesso un invito  alla condivisione del sapere popolare e delle emozioni della comunità Bauls. Essi invocano il loro Dio unico e universale attraverso la musica. Predicano l’amore, convinti che il paradiso sia di questo mondo; riconoscono il corpo umano come un privilegio naturale in cui l’uomo può trovare la soluzione sovrana ai problemi esistenziali. Ed è attraverso la “conoscenza di Se” e della natura che i Bauls perseguono il desiderio di comunione con il divino,  con “la coscienza suprema”. E’ lo stare nella musica, l’essere presenti e vivi attraverso di essa che li fa essere i “Folli di Dio” come sono chiamati nella loro terra. La musica quindi come pratica spirituale, strumento di passione mistica e di avvicinamento a Dio. Una filosofia nata dall’unione di Tantrismo, Buddhismo, Sufismo, Vaishnavismo, un’esistenza senza regole, il rifiuto per ogni tipo di schematismo e classificazione, una continua ricerca interiore.
I Bauls sono una confraternita di cantori e musicisti mistici vaganti provenienti dalla regione del Bengala. Questi affascinanti cantori vivono un’esistenza libera, senza regole, viaggiano di continuo,  la loro è una vita semplice basata solo sulla gioia e la dolcezza del cantare e danzare insieme in ogni luogo. Si esibiscono in spontanee performance dove la danza e la musica si fondono in un processo mistico che vuole essere veicolo di trasporto spirituale, di gioia interiore, di una felicità da comunicare a chi ascolta e assiste. I canti, poemi di rara bellezza  e storie vere, sono dedicati alla divinità che risiede nel cuore di ogni uomo, sgorgano dal profondo delle loro anime ed hanno una ritualità che si esprime nei gesti, nei movimenti. In India i Bauls, poiché rifiutavano il concetto di casta, erano scacciati dai loro villaggi. In seguito, dopo la scoperta da parte del premio Nobel Tagore che rinvenne nei testi alti livelli letterari, i loro canti furono rivalutati. Da allora, loro girano come il vento e, come il vento non cessa mai di essere, così il loro errare è inarrestabile. I Bauls non hanno casa, ma vivono solo della gioia della musica, della danza, del canto che ogni giorno offrono alla gente.
«I Bauls dicono di non cercare la divinità nei luoghi e nelle rappresentazioni: la maggior parte delle loro canzoni spiegano come tutto quello che c’è fuori è in realtà dentro di noi. Dio vive nel cuore di ogni uomo: da qui l’uomo del cuore, o meglio, Dio, da qui l’uomo visto come centro dell’universo. I Bauls rifiutano le differenze di razza, di casta e di religione proprio perché in ogni uomo c’è la divinità: tutto si riunisce in questa grande essenza che è Dio, presente nel cuore di ognuno». da Pietro Silvestri dal progetto musicale “Le strade del Vento”

 


India – impressioni di un viaggio


la paura dello smarrirsi

…esiste un’indefinibile fragilità dei sentimenti che le maschere impassibili e tenaci cercano di nascondere; alla stessa maniera le parole aspre, la violenza delle azioni, l’arroganza nei gesti sono in realtà inevitabili reazioni allo smarrirsi in questo incessante movimento verso l’ignoto che definiamo futuro…

noi crediamo di muoverci incontro alla vita, ma parallelamente il nostro animo conduce un suo percorso interiore fatto di tentativi, di contraddizioni. la strada è colma di lacerazioni e paure che continuano costringendoci a modificare l’andamento inconscio verso la nostra essenza che è la nostra meta del ritorno…

Rabesto


cuori tremanti

…accogliere in noi la delusione per un amore mancato, convivere con la sofferenza di un’assenza, osservare il vuoto che coglie dopo un distacco può aiutarci a comprendere meglio cosa il nostro cuore voglia davvero…e così ascoltando i nostri palpiti e i nostri tremiti, sviluppiamo sensi che stanno dentro di noi e che poi usciranno sottoforma di versi e parole incantate. un pò come il bacio della luna su cuori tremanti…

Rabesto


poesia e paura

…siamo pochi, in troppo pochi capaci di lasciarci cogliere da una parola gentile, da un attimo di debolezza. di quella debolezza che invece è sensibilità, e sono gli altri che la definiscono una debolezza. perchè non ci è più permesso essere sensibili nel profondo, soltanto in superficie. in superficie dobbiamo sembrarlo, dobbiamo “indignarci” fingere di essere commossi. superato l’attimo ecco nuovamente risalire la maschera formale e cinica. per questa ragione ho stima infinita per chi si avventura con le parole, per chi ha il coraggio di esprimersi e di dire cose che possono turbare, adoro chi riesce a mettere a nudo l’anima. è una cosa assai erotica e conturbante metter a nudo l’anima. anche perchè di intimo ormai abbiamo solo più quello…

…Alcuni si giustificano dicendo che è così per via del loro pudore di fronte ad un sentimento che tocca nel profondo… dicono “c’è un pudore che a volte impedisce di esprimere ciò che si prova”. oppure sovente mi è capitato di ascoltare frasi come: “non è facile mettere a nudo la propria anima, perchè chiunque può ferirla, oppure ridicolizzarla…”. rifletto, rileggo più volte la frase così toccante nella sua realtà, terribile nella sua verità, crudele nella sua semplicità. riconsoco è una frase ricorrente, la solita novella, sembra inevitabile…

ma così io la definisco: non si tratta di pudore, bensì è la paura , quella che ci governa.

Rabesto


una storia del bosco (forse zen?)

“Ti sei svegliato prima dell’alba, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Quando il sole era basso hai attraversato tutta la pianura, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Mentre il sole era alto nel cielo hai cercato tra le piante di tutta la foresta, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Il sole era rosso nel cielo mentre tu cercavi sulla cima di tutte le colline, ma il tuo nemico non l’hai trovato. Ora sei stanco e ti riposi sulla riva di un ruscello, guardi nell’acqua ed ecco il tuo nemico: l’hai trovato.”

Rabesto


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