Archivio Mensile: agosto 2011
Attraverso il Bosco silente 1.
Niente è quello che sembra. La vita è colma di cose difficili da comprendere, di improbabili verità e di apparenti misteri che ci dovremmo spiegare. Siamo pieni di domande e sempre in cerca di risposte. Siamo costantemente circondati da pensieri, concetti e voci. Ognuno sceglie ciò che sente, ciò che nel frastuono della mente riesce ad identificare come una voce diversa, come un grido più forte, ciò che nel silenzio del cuore riesce ad udire come un richiamo profondo. A volte è doloroso, a volte è naturale e spontaneo come l’alternarsi del giorno e della notte. Le mie voci sono anche in contraddizione le une con le altre: la voce del cuore, della coscienza, quella dell’istinto. Questi richiami, come un eco nella mente, da anni sono stati la mia compagnia nei momenti di riflessione, quando un po’ logorato dalla vita pensavo a possibili cambiamenti. Immagini, utopie, idealismi, voglia di sentirmi finalmente libero; questi erano gli elementi di un delirio silenzioso che dentro me cresceva generando una tensione vibrante, un senso d’ansia e d’inquietudine, per il tempo ormai andato e per quello che purtroppo rimaneva senza possibilità di rifornimento. Perché da sempre il mio cuore è stato un pendolo tra il restare e l’andare via. Sapevo che avrei dovuto comprendere i miei limiti, dovevo essere capace di accettare le mie fragilità, o sarei stato perduto per sempre.
Settembre sta finendo, il cielo è sereno l’ aria fredda, il vento di tramontana schiaffeggia il volto. Non è poi una sensazione così spiacevole. Sono altre le sensazioni spiacevoli. Certo leggendo le mie parole potrebbe sembrare che io sia fuggito dalle responsabilità, che sia fuggito da una delusione, da un fallimento; in parte è anche vero, ma non è di certo questo il motivo per cui ho scelto la via della solitudine dei boschi. Non sono giunto qui per far rivivere i ricordi, bensì per dimenticare, per conservare la mia lucida obiettività, per riscoprire la mia integrità.
“…c’è chi vive tra la gente e c’è chi sceglie di vivere tra la natura e il silenzio. ognuno ha bisogno di qualche cosa per ritrovarsi, per completare se stesso…”
Avevo in mente questi terreni che stanno oltre le colline, sulle prime montagne. Da tempo la memoria le richiamava alla mia mente, ma ho sempre avuto la codardia a far diventare reali i desideri. Ho continuato ad inventarmi scuse per non ascoltare il loro richiamo. Da sempre il fascino della natura selvatica mi ha attratto, come queste terre; questo posto lontano da tutto e da tutti dove tanto tempo fa bambino ho trascorso estati magiche. Alcuni mesi fa sono finalmente salito a vedere il piccolo borgo, quasi annegato nei rovi e ricordi. Ho rivisto le case di pietra e legno e soprattutto il bosco che è alle loro spalle: il Bosco Rosso, dove dimorano i grandi alberi amici, arrivato qui è stato inevitabile fermarmi a contemplare i faggi secolari; ed è stato come un dialogo senza parole, la loro maestosità mi ha saziato, il respiro si è fatto calmo …sono entrato in uno stato di quiete e nutrimento che pervadeva tutto: alberi brezza terra e poi il silenzio…. e infine me ; finalmente in pace con me stesso.
Ed è stato tutt’uno il riflettere e decidere cosa dover fare. In poco tempo ho chiuso con le faccende di città, ho chiuso con il passato ed i giorni successivi ho iniziato a proiettare la mia vita qui su queste terre. Qui ho compreso che in ogni uomo c’è un punto di non ritorno e quando un uomo si dissocia dalle abitudini dalle consuetudini, beh allora significa che anziché diventare un uomo qualsiasi, sceglie davvero di diventare se stesso. Ed ora voglio essere così come sono, un poco trasandato forse, o soltanto libero di essere quello che il mio cuore mi dice. Non è più necessario cercarmi nell’espressione esteriore, nell’abbigliamento, nelle cose che possiedo, in una vita alternativa; è sufficiente sentire intensamente la mia diversità che parla al mio profondo, ascoltarla ed essere incarnato, autentico. Ho scelto di non dover essere sempre perfetto, ho deciso di vivere con semplicità e dignità questa mia scelta, paradossalmente non è nemmeno necessario esserne fiero, basta esserne consapevole. Ora amo essere nel mondo senza essere del mondo, mi piace essere solitario, quanto, ogni tanto poter stare in buona compagnia. Perché il dover vedere solo la superficie delle cose mi ha impedito di cogliere la sacralità che la natura nasconde. Dietro l’apparenza delle cose, nell’oscurità fertile ora colgo l’antica saggezza degli alberi che vivono nelle foreste da millenni.
Sì, è andata così, mi sono allontanato dalla civiltà per salire quassù al borgo, steso su queste terre alte, in questo posto arcano che è mio rifugio e tana. L’estate è trascorsa laboriosa, le settimane sono passate veloci e piacevoli seguendo i lavori alla casa e agli altri locali. La casa è grande abbastanza per un uomo solo. I pochi spazi sono ben distribuiti su due piani. Ho voluto apportare poche modifiche nel riattarla, alcune soltanto per renderla abitabile. Ho aggiunto quelle comodità necessarie per vivervi durante i mesi freddi: luce, acqua, riscaldamento. Poche cose ed oggetti anche per arredarla, qualche mobile antico, altri oggetti recuperati da robivecchi e da case dismesse e smantellate. Ho voluto fermamente che il borgo non subisse troppi cambiamenti. Certo ho dovuto ripristinare la strada d’accesso, liberare i sentieri dai rovi. I lavori hanno interessato il terreno e le piante attorno alle tre costruzioni. Ho ridato sfogo alle fonti soffocate da terra foglie e detriti, poi con gioia l’acqua ha iniziato ad arrivare anche al vecchio pozzo. Volutamente ho mantenuto l’aspetto del borgo così come lo ricordavo nel suo tempo migliore: un luogo semplice, non troppo ridente, ma accogliente ed essenziale, protetto naturalmente dai venti freddi da nord dal vasto Bosco Rosso. A pochi passi davanti alla casa, dopo un breve tratto in lastre di pietra arenaria, si allarga una radura erbosa ampia segnata appena da pochi steccati, sino al piccolo poggio dove lo sguardo spazia sul paesaggio delle praterie e piccoli boschi a sud; mentre verso ovest, sfiora monti e creste che scendono laggiù sino a lasciar intravedere il mare lontano. Tutt’attorno boschi di castagni e faggi si susseguono a foreste di querce e più in alto compaiono le conifere in un continuo che riempie lo sguardo: un paesaggio immutato da molti secoli come la presenza magica delle creature che abitano queste selve.
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Prologo – Il fuggitivo
Estate. C’è qualche cosa di strano nell’aria, nelle cose di qui. C’è qualche cosa di strano nel nostro animo, in noi che viviamo sul mare. Forse sarà per via del sale trasportato dal vento: attraversa la pelle, penetra la carne, ci invade con il nostro respirare. Tutto si impregna di sale anche il sangue e così anche i nostri pensieri, alla lunga persino i nostri sentimenti. Tutto è pervaso dal “marin”: gli abiti, i capelli, il modo di esprimersi, di parlare, di fare; come le nostre case ed il nostro pane, hanno l’umore di salsedine.
Io appartengo alla tipologia degli uomini strani, complessi difficili e come tale ne faccio, a loro malgrado, parte. Non ancora per molto, presto mi libererò perché ne sono stanco e deluso. Sto sopravvivendo a me stesso, al mio tempo. Sono un animale solo e sto fuggendo. Perché ho dentro di me questa forma di inquietudine, quel dolore muto che non smette? Non smette nemmeno la notte. Mi nascondo perché mi vergogno. Mi vergogno di chi sono perché ho vergogna del mio passato. Fra pochi giorni finalmente me ne andrò da questo posto in riva al mare dove ho creduto per molto tempo di vivere, in cui ormai non mi ritrovo più.
“…abbagliato dal fumo dell’ illusorietà, con gli occhi pieni di lacrime, con la testa piena di foglie secche ascolto voci come voli di farfalle, bisbigliano frasi sommesse come fa il vento tra l’erba e le pietre: – tutti cercano la propria salvezza –
…sto fuggendo al di là del vento, con la faccia nascosta, con il cuore colmo di sassi…”
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Presso la religione induista, Rudra (lett. “Urlatore”) è una delle deità pre-vediche più antiche. Compare per la prima volta nel Rig Veda, in cui viene descritto come il Deva della della caccia, della morte, della natura, del vento e della tempesta; viene normalmente raffigurato come una divinità feroce e distruttiva i cui terribili dardi causano morte e malattie agli uomini e alle bestie. Rudra è la forma primordiale di Śiva, l’aspetto divino preposto alla distruzione, ed è anche un nome di Śiva nello Śiva sahasranama (la ripetizione dei 1000 nomi di Śiva).; lo stesso accade per un altro epiteto, Kapardin (con la capigliatura intrecciata a spirale come quella di una conchiglia). Secondo i commentari al Vishnu Sahasranama di Adi Sankara, Rudra significa “Colui che al tempo della dissoluzione cosmica induce al pianto tutti gli esseri viventi”. Alternativamente, Rudra significherebbe “Colui che dà la parola”. Rudra significa anche “colui che allontana i dolori”.

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